Ricordiamoci di essere umani

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Stamattina solita routine, giù dal letto alle 7:30. Accendo l’acqua, tiro fuori biscotti e frutta, inizio a prepararmi la solita colazione. Mi metto al tavolo e do un’occhiata a facebook. Scorro, leggo articoli e guardo video. Insomma tutto come al solito. Nulla di nuovo. Poi parte un video. E’ di Amnesty International.  Lo guardo. Avevo già capito la portata, sapevo cosa aspettarmi. Quello che non mi aspettavo è la mia reazione. Inizio a piangere quando passano solo i primi 15 secondi.

Di cosa si tratta? Amnesty Poland ha organizzato uno speciale esperimento a Berlino. Una stanza, due persone e 4 minuti. Da una parte un europeo e dall’altra un rifugiato. L’esperimento consiste nel guardarsi negli occhi a vicenda per 4 minuti. Niente di più semplice e niente di più potente e disarmante per capire che siamo solo UOMINI. Stessi occhi, stessa pelle, stesso sangue che scorre nello stesso identico modo nei nostri corpi. Suscettibili agli stessi dolori e alle stesse gioie. Guidati dallo stesso istinto di sopravvivenza.

Esiste uno strumento di scoperta più potente dei nostri occhi? E’ come se ci fosse un filo rosso che lega quei due piccoli puntini di vetro con una parte profondissima della nostra sensibilità. Ma molto spesso succede che questo filo si fa più debole, a volte si rompe, oppure fa dei giri pindarici dentro i nostri corpi, facendo sempre più grande la distanza tra gli occhi e la materia sensibile di noi stessi.

Oggi le notizie di sbarchi, bombardamenti siriani, attentati kamikaze sono così profondamente entrate nella nostra quotidianità, che non si è più in grado di cogliere la sostanza umana in tutta questa tragedia. Le cronache fanno da sottofondo al nostro fare quotidiano. Abbiamo disumanizzato i fatti. Si parla di numeri, di profughi, di immigrati o di orchi cattivi che ci rubano le città, i soldi e il lavoro. Non si parla mai di uomini. Non si parla di padri e madri, che come farebbe qualsiasi altro padre e madre del mondo, affidano le sorti delle loro famiglie a un barcone e a uomini senza scrupoli, pur di scappare via da un futuro di polvere e dolore. Non c’è nulla di più estremo e disperato nello scegliere l’ignoto in profonde acque nere rispetto alla certezza di morire in patria.

L’esperimento ha messo faccia a faccia due parti di una stessa umanità. E il risultato è stato strabiliante e commovente, prima in quelle immagini e poi nella mia pancia e nella mia testa. Mi sono bastati pochi attimi per vedere in quegli occhi riflessa me stessa, e sentire sulla mia pelle le ferite e la diversità che questo nostro mondo occidentale vuole imporci.

L’esperimento non ha fatto nulla che ognuno di noi non possa fare da solo nelle proprie città. Non è necessaria una stanza o qualcuno che ti riprenda, per guardare un qualsiasi fratello e vedere nei suoi occhi noi stessi, le nostre debolezze e i nostri istinti. I nostri sacrifici per tirare su una famiglia e il nostro stesso senso di responsabilità per garantirgli sempre protezione. Non ho bisogno dell’eccezionalità di un video per scoprire che la nostra società sbaglia, che NO, non siamo diversi. Differenti saranno le nostre tradizioni, religioni e culture, ma uguale è il nostro battito cardiaco, uguale è la nostra percezione del dolore, uguale è la sofferenza per il freddo e la perdita di un figlio, un padre o una nonna.

Nessuno ha scelto in che parte del mondo vivere e in che epoca nascere. E nessun Dio di nessuna religione può mai volere tanto dolore e tutto questo odio tra i suoi figli.  La nostra è stata solo una questione di culo! Nessun merito signori miei! E’ proprio per questo che dobbiamo riscoprirci esseri umani, dobbiamo ritrovare l’amore che è in noi e sforzarci magari di essere più empatici. Di provare ad immaginare noi in una città sotto il fuoco delle bombe o stretta dai morsi della fame o sottomessa a inumani regimi. Non possiamo accettare che l’umanità lasci morire parte di se stessa. Non possiamo permetterci, difronte alle nostre coscienze o al cospetto dei tanti nostri Dio, di girare la testa e non vedere parte del mondo che muore. Siamo disposti a sopportare il peso di questo grande omicidio di massa sulle nostre spalle? Non vorremo forse che qualcuno ci tendesse una mano quando stiamo per inciampare, o che ci allungasse un pezzo di pane quando la fame si fa forte o che ci porgesse un pezzo di mantello quando il freddo si fa insopportabile?

Che importanza può avere un centro di accoglienza troppo pieno o città troppo affollate se questo ha significato meno corpi straziati, violentati, saltati in aria e denutriti? Che significato hanno muri e filo spinato innalzati difronte a un bambino, un padre e una madre che fanno quello che più naturale e primitivo è nell’essere umano, sopravvivere? Che senso diamo all’imbruttimento dei nostri comportamenti? E’ forse una questione di soldi, di igiene o di razza? Abbiamo già dimenticato la Shoah o i tanti genocidi dentro i nostri libri di storia o le tantissime giornate della memoria per questo o per quello sterminio. Che senso hanno queste date, queste celebrazioni se non quello di ricordarci che siamo tutti esseri umani e fratelli?

Non per forza dobbiamo essere gli attori di atti eclatanti o sforzi disumani per porre rimedio al cancro che sta divorando la nostra umanità. Basterebbe “soltanto” che ognuno di noi praticasse atti di gentilezza e tolleranza verso tutti quelli che ci appaiono diversi, lontani o soli. Empatia per le sofferenze altrui. Giustizia e giustezza per tutte le ingiustizie che popolano le nostre comunità. Educazione per i nostri piccoli, affinché almeno loro possano vivere in un mondo più pulito e sano del nostro. Facciamo di quel filo rosso dentro di noi una fune forte e robusta, che regga a tutto il male di questo mondo sostenendo i più veri e potenti gesti umani.

Io vi lascio con questo video e vi auguro una delle migliori giornate che possiate avere.

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